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Dalla Danimarca all'Italia: viaggio nell'archi-mondo di Judith Byberg
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Nata in Danimarca, Judith Byberg si trasferisce in Italia a 13 anni, dove si diploma al liceo artistico e laurea in Architettura al Politecnico di Milano. Dal 1989 al 1994 lavora nello studio di Carlotta de Bevilacqua, sviluppando architettura d’interni, grafica e spazi espositivi. Più di recente disegna prodotti per Piazza e Virutex Ilko nei settori del casalingo e del kitchenware. Dal ‘95 lascia la capitale italiana del design per spostarsi sul lago Maggiore ed è qui che comincia una nuova fase artistica, incentrata su materiali naturali, in primis il feltro, e sul lavoro letteralmente fatto a mano.

Dalla Danimarca all’Italia: un viaggio di design.

«Un viaggio di design inizialmente inconsapevole. Perché avevo appena 13 anni quando ho lasciato la Danimarca alla volta dell’Italia. Solo dopo, ultimati gli studi, mi sono resa conto di avere nel mio DNA professionale una doppia impronta: scandinava e made in Italy».

Si spieghi.

«La mia formazione accademica è al cento per cento italiana e, nei primi anni di attività, forte era il legame con quello che avevo studiato. Solo in età matura è emersa, o, forse meglio dire, ri-emersa, la mia origine scandinava, fatta di propensione a un gusto semplice, forme essenziali, progetti lineari. Diciamo a una tendenza che più che aggiungere e decorare predilige togliere e pulire».

In cosa consiste il suo approccio, la sua filosofia architettonica?

«Il mio lavoro attraversa settori differenti, pur mantenendo una forte uniformità d’intenti e di linguaggio. Le forme sono morbide e organiche. I colori accesi, il materiale evidente. Progettare con la testa e al tempo stesso fare con le mani: molti dei miei progetti sono autoprodotti, secondo la migliore tradizione scandinava. Ogni oggetto, casa, lampada o posata che sia è una piccola invenzione, è sostanza prima che forma. Per me un progetto deve contenere un’idea; ogni prodotto deve raccontare una storia».

Pare esserci un rapporto molto personale con le sue creazioni...
«Effettivamente è così. Tanto che per ogni mio lavoro il primo step è parlare con gli operai, gli addetti, il privato che me lo ha commissionato. Mi serve per capire come andare incontro al suo gusto e, soprattutto, come ricreare l’atmosfera giusta. Il mio scopo, forse un po’ controtendenza, è mettere al centro la persona e su di essa lavorare per creare tanto un allestimento quanto un oggetto. Non mi rivolgo alla massa, ma alla persona così come non lavoro sulla forma, ma sulla materia».

A proposito di materia, come è nata la scoperta del feltro?

«La scoperta è stata del tutto casuale, mentre l’elaborazione e l’uso un processo stimolante e profondo. Perché il feltro è un materiale antico, primitivo e naturale. Ancor più considerando che quello che uso io nasce dalla lana grezza, non lavorata, che al suo interno contiene ancora filamenti d’erba, che rimandano al luogo d’origine dal quale deriva. Queste caratteristiche, oltre a permettermi di avere sempre un occhio ecologico, mi consentono anche di avere contatto diretto con ciò che lavoro e di esprimere al massimo la mia manualità. Con le mani tocco e lavoro il feltro, dando vita a oggetti, pareti, complementi unici e bio».

Il prodotto che più la rappresenta qual è?

«Senz’altro la lampada Uovo. È una forma che in natura esiste già, ma che posso lavorare a livello di scelta del materiale e di inserimento nell’ambiente. In più illumina. E nella mia concezione ogni punto luce è fondamentale per esprimere quello che in danese definiamo hyggelig, cioè il raccoglimento domestico, il luogo dove la famiglia si unisce... un po’ il camino di un tempo. Inoltre il mio Uovo è biodegrabile e educa all’anti-spreco, nel senso che alla lunga, terminato l’uso, si getta nell’umido o si usa come concime in giardino. Non inquina e non ingombra».

Progetti in cantiere?

«Dal 2007 sono alle prese con la “seduta instabile”. L’idea alla base è, ovviamente, la persona, che nasce per muoversi, di qui il concetto di instabilità. Ma, essendo una seduta, implica che sia anche un appoggio. Dunque un appoggio che accompagni al movimento».

E come è possibile?

«Attraverso un lavoro sinergico con fisioterapisti ed esperti informatici. L’obiettivo è dar vita a una seduta ergonomica – per questo è necessaria la consulenza fisioterapica – e personalizzabile sulle esigenze e posture del singolo, di qui l’affiancamento di un software che si adatti al singolo».

Uno studio complesso...

«Non più uno studio: finalmente si può parlare di prototipo. Che intendo presentare alla prossima edizione della Fiera di Bologna».


Photo Courtesy: Benedetta Mossini, Judith Byberg, Rasmus Byberg

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