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Ben van Berkel: ogni progetto è una sfida poiché bisogna soddisfare i desideri del cliente e trasformarli in soluzioni architettoniche.
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Come descriverebbe la filosofia del suo studio? Qual è la vera chiave per avere successo?
Spesso noi architetti tendiamo a intellettualizzare troppo le nostre strategie, ma ultimamente ho cominciato a sviluppare un approccio che vede la mia visione e le mie idee convergere più direttamente in un risultato. Mi interessa di più progettare in modo organico, anziché seguire un processo troppo linguistico.

Quale tra i progetti da lei realizzati ha costituito la sfida più grande?
Non è semplice rispondere perché ogni progetto, potenzialmente, rappresenta una sfida. A volte quelli piccoli, come ad esempio la casa di una famiglia, danno molto filo da torcere poiché bisogna soddisfare i desideri psicologici ed emozionali del cliente e trasformarli in soluzioni architettoniche. Dall’altro lato, i progetti su vasta scala richiedono che ogni aspetto sia eseguito a sua volta nei minimi dettagli: è per questo che nel lavoro del mio studio è la qualità a contare, indipendentemente dalla grandezza di un progetto. Questo inoltre ci assicura di migliorare sempre più la gestione e sviluppo della grammatica con cui facciamo architettura.

Tra tutti i premi che ha vinto, qual è il suo preferito e perché?
Direi il Charles Jencks Award. Quando ero un giovane studente di architettura mi innamorai del libro Adhocism di Jencks, del suo modo di scrivere. Ricevere, pochi anni dopo, un premio da lui in persona è stato per me un vero onore poiché ero riuscito a mia volta ad affascinarlo col mio lavoro.

Quando ha compreso di voler fare l’architetto? Qual è stato il vero punto di svolta della sua carriera?
Ho scelto l’architettura dopo aver visto il Palazzo Katsura in Giappone: fu una visita speciale e intensa, un’esperienza quasi indescrivibile, che mi fece scoprire tramite Bruno Taut che in realtà l’architettura moderna derivava in parte proprio da quella villa. Benché sia stato arduo cambiare professione, non ho mai rimpianto di essere passato all’architettura.
Per quanto riguarda il progetto di svolta della mia carriera, direi l’Erasmus Bridge poiché è stato il primo lavoro su vasta scala in un contesto urbano. Avevo circa 23 o 24 anni, ero piuttosto giovane per una sfida simile, e tra l’altro stavo già espandendo l’UNStudio, quindi ricordo quel periodo della mia vita come molto intenso.

Quali sono i suoi materiali preferiti e perché?
Trovo molto affascinanti i materiali interattivi, ovvero quelli che mutano o reagiscono a seconda di determinate condizioni, ad esempio cambiando colore in base alla luce. Allo stesso tempo valorizzo molto i materiali nobili, quelli che derivano da storia e artigianato.

In termini di design e architettura quali sono le città più futuriste del momento?
Singapore, Shanghai e Seoul. Credo che abbiano qualcosa in comune, probabilmente un senso di ottimismo e modernizzazione, un approccio verso il futuro. Singapore ad esempio ha l’ambizione di essere la città più ecologica e sostenibile del mondo, Shanghai invece sta creando una incredibile skyline di architettura contemporanea, mentre Seoul è a mio avviso la città più sociale e interattiva del momento dato che ogni quartiere è ricco di ristoranti e bar che favoriscono l’aggregazione.

Gli stili occidentali e orientali si differenziano ancora molto tra loro?
Credo che le differenze vadano sempre più assottigliandosi. Se guardiamo alla storia recente dell’architettura occidentale, come quella firmata da Frank Lloyd Wright, vediamo altresì che è stata influenzata da alcuni dipinti giapponesi. Oriente e occidente si sono sempre contaminati tra loro, anche se oggi questo è più evidente, con uno stile ibrido di forte impatto. Lo stesso vale per l’arte contemporanea, specie in Cina.

Quale sarà il trend di interior design dei prossimi 10 anni? La parola chiave sarà “sostenibilità”?
La sostenibilità è sicuramente cruciale, ma ci sono anche altri trend da considerare come la necessità di offrire soluzioni economiche a chi acquista un immobile per la prima volta, magari poco spazioso. Ora si tende sempre più a realizzare piccoli appartamenti con finiture di pregio e arredamento a costi comunque contenuti. La flessibilità è dunque molto importante, così come l’impiego di buoni materiali.

Qual è il valore aggiunto dei designer emergenti?
Possono sviluppare idee originali, perché al giorno d’oggi un risultato di vero e proprio design non è più fondamentale, il mondo è già pieno di studi sulla forma. Il vero valore ora è dato da nuovi esempi di design intelligente che scaturiscano da idee innovative.

Info: 

PORTRAIT COURTESY: Inga Powilleit

PROJECT PHOTOS COURTESY: Christian Richters, Iwan Baan and Inga Powilleit


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